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«Banche, 70mila esuberi per allinearsi all’Europa»

Le banche italiane faticano ad adeguarsi alla rivoluzione digitale in corso da anni a livello globale. Un ritardo che in parte
si spiega con quello che l’intero sistema Paese ha rispetto alla media dei Paesi europei in termini di infrastruttura di banda
larga (22% in Italia contro una media Ue del 44%) e di conoscenza digitale di base da parte della popolazione (44% Italia,
57% la media europea). Ma nel caso delle banche, soprattutto di quelle di medie e piccole dimensioni tranne poche eccezioni,
c’è stato finora anche un basso livello di investimenti che non hanno “stimolato” la domanda del digital banking. In parte,
perché negli ultimi anni i bilanci hanno dovuto sopportare i costi di smaltimento dei crediti in sofferenza. In parte, per
la prudenza con cui le banche hanno proceduto nei piani di riduzione del personale senza «strappi» con i sindacati.

La fase straordinaria della ristrutturazione, a meno di ricadute del Paese in recessione, volge al termine e il sistema bancario
inevitabilmente dovrà pensare in modo più incisivo al banking del futuro, che peraltro in gran parte dei Paesi europei è già
iniziato da anni. Basti pensare che anche solo allineare la penetrazione digitale alla media Ue attuale, consentirebbe alle
banche italiane di tagliare i costi operativi per un importo di 5-6 miliardi a livello di sistema. Ma questo comporterebbe
la chiusura di 9-11.000 filiali in più e, sempre per allinearsi alla media Ue attuale, il taglio di 70-85 mila dipendenti.

Sono questi i dati che emergono dal rapporto della società di consulenza Oliver Wyman che delinea la prospettiva del digital
banking in Italia come risposta alle mosse dei competitor europei e, forse ancor più, all’avanzata nel settore finanziario
del fintech e dei colossi del big tech come Google, Facebook, Apple e soprattutto Amazon. «Per le banche italiane è arrivato
il momento di cambiare passo, con coraggio e velocità – commenta Claudio Torcellan, partner e responsabile dei financial services
per il Sud est Europa di Oliver Wyman – perché la diffusione del digital banking è destinata a incidere profondamente sulle
attuali strutture dei costi e del margine di intermediazione».

I dati del confronto europeo mostrano che la capacità delle banche italiane di «estrarre» maggior valore dal cliente rispetto
ai competitor europei si sta riducendo: il rapporto tra margine di intermediazione e attivo totale resta a fine 2017 più alto
in Italia (2,8% medio) che nell’Eurozona (2,2%) ma in Italia è in calo rispetto al 2007 (era il 3%). Il gap di efficienza
rispetto alle banche europee è ben più visibile a livello di costi. Nel decennio 2007-2017 in Italia il rapporto tra costi
operativi e attivo totale è rimasto sostanzialmente stabile all’1,8-1,9%, ben sopra la media europea dell’1,3-1,4%.

«Il livello elevato e rigido della struttura dei costi delle banche italiane – spiega Torcellan – è dovuto a tre fattori:
un mercato del lavoro non fluido, una dimensione media modesta delle banche, un ritardo strutturale nell’evoluzione digitale».
Come procedere nel cambiamento? In ogni tipo di industria, chi deve rincorrere guarda a chi è più avanti. «A livello globale,
tutti investono nella trasformazione digitale dell’industria bancaria. Nel Far East, dove più elevato è il numero dei millennals
e dei nativi digitali, osserviamo i casi di maggiore successo – spiega il partner di Oliver Wyman – mentre in Europa nessuno
ha ancora trovato un modello chiaramente vincente e le strategie sono differenziate. Ma tutti investono molto e colossi creditizi
come gli spagnoli di Bbva già oggi si propongono sul mercato come data driven company».

La prima lezione che emerge dall’osservazione di chi è più avanti con l’innovazione è che «la banca digitale non c’entra quasi
niente con la banca fisica, l’approccio vincente è piuttosto quello di Amazon che è disegnato intorno alle esigenze del cliente
mentre la banca tradizionale è ancor disegnata intorno ai prodotti da vendere».

Per le banche italiane il contesto che si va delineando è certamente una minaccia ma anche un’opportunità. A patto di muoversi
secondo due concetti presi a prestito dalla fisica: massa e accelerazione. Il primo riguarda la dimensione delle banche, che
sarà sempre più un fattore competitivo poiché permette economie di scala negli investimenti. «Tutte le banche di medie e piccole
dimensioni hanno sperimentato la difficoltà di avviare in parallelo e di concludere nei tempi previsti più di due o tre progetti
strategici alla volta – spiega Torcellan – per mancanza di risorse economiche ma anche per la scarsità di risorse umane da
dedicare a progetti innovativi».

E proprio sul fattore umano sta già emergendo il divario tra i due big player italiani (Intesa Sanpaolo e UniCredit) e le
banche medie. «La competizione sui talenti forse oggi è ancora poco percepita ma già emergono i segnali di un gap crescente,
ad esempio nella velocità e nella scala con cui le banche – spiegano da Oliver Wyman – stanno creando team di analisti per
sviluppare soluzioni di intelligenza artificiale da applicare all'innovazione dei processi e dei modelli di business, dalla
multicanalità al credito, al wealth & protection advisory, ai controlli antiriciclaggio alla cybersecurity».

Così come in natura la forza, a parità di massa, cresce con l’accelerazione, così anche nel banking l’alternativa alle grandi
dimensioni è quella dell’agilità. La ricerca di Oliver Wyman evidenzia come anche tra le banche medie e medio-piccole vi siano
casi di successo: Credem, Credit Agricole, Banca Passadore e Popolare Sondrio tra le “generaliste”, Fca Bank, Compass, Findomestic
e Ibl Banca tra le specializzate nel credito, Fineco, Fideuram e Banca Generali nelle specializzate nella raccolta. Tre i
fattori di successo individuati: chiarezza di intento strategico, distintiva cultura aziendale, organizzazione agile e reattiva.

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