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Fondi di credito e investitori istituzionali protagonisti della ripresa

Per quanto sia ancora difficile fare delle stime, sappiamo ormai che i contraccolpi sull'economia reale italiana dell'emergenza sanitaria sono già pesantissimi: si stima una riduzione del Pil non inferiore al 9% nel 2020 e alcune previsioni vedono in circa il 30% delle PMI italiane che potranno essere interessate da procedure di ristrutturazione dei debiti o di fallimento.
L'impegno profuso dal governo italiano appare significativo: 400 miliardi di euro di interventi e garanzie pubbliche, che se SACE, le banche e gli intermediari abilitati riusciranno a gestire in modo rapido ed efficiente, saranno sicuramente di aiuto per una prima fase di sopravvivenza delle imprese.
È uno sforzo straordinario e del resto nessuno può suggerire ricette miracolose in una situazione senza precedenti come quella che stiamo vivendo. Deve essere tuttavia chiaro che tali aiuti rappresentano nuovo debito che andrà a finanziare le perdite delle imprese. Perdite che di regola dovrebbero essere finanziate dall'equity o da strumenti di semi-equity.
Occorre quindi che l'azienda sia in grado di riprendere un cammino virtuoso e generare margini positivi per consentirne il rimborso. Il modello tedesco e in parte quello degli USA, prevedono che una parte degli aiuti sia costituito da finanziamenti a “fondo perduto”. Una soluzione concreta e coerente, ma che nella realtà è difficilmente praticabile dal nostro Paese, già gravato da un debito ai limiti della sostenibilità. Una soluzione potrebbe essere invece quella di prevedere per le imprese che attingono a finanziamenti garantiti dallo Stato, la possibilità che tra due anni l'importo del debito pari al costo del personale sostenuto nel periodo di lock-down sia considerato “a fondo perduto” qualora l'impresa abbia preservato l'occupazione e sia tornata virtuosa. O in alternativa, ma con un risultato ugualmente efficace, concedere un equivalente credito fiscale.
Una volta superata la fase critica di sopravvivenza, le aziende dovranno ripartire e finanziare, con tutti gli strumenti disponibili, la ricostruzione del capitale circolante, la realizzazione di investimenti in innovazione e tornare ad essere competitive.
Per fare questo gli strumenti di finanziamento alternativi, smart e tecnologici, come ad esempio l'invoice financing, il factoring digitale, il direct lending, potranno essere una leva molto importante. Strumenti che oggi sono promossi da asset manager tramite i cosiddetti “fondi di credito”, e che sono abilitati ad erogare finanziamenti garantiti dallo Stato tramite accesso diretto a SACE senza l'intervento delle banche, oggi oberate da un carico di lavoro incredibile.
L'utilizzo dei fondi di direct lending rappresenta una leva molto importante che potrebbe intervenire in parallelo al canale bancario e finanziario tradizionale. Pertanto è importante che i provvedimenti governativi non escludano i fondi di credito e disciplinino al più presto le modalità operative di accesso a SACE.
In questa fase, oltre a quanto lo Stato sta già facendo e potrà fare in futuro, è fondamentale il ruolo che gli investitori istituzionali, potranno e dovranno avere nella rinascita del Paese.
Fondi pensione, Casse di Previdenza, Fondazioni bancarie, Compagnie di Assicurazione e asset manager nonché le famiglie italiane hanno da tempo iniziato, timidamente, a rivolgere attenzioni alla finanza alternativa, a strumenti illiquidi ma che investono nell'economia reale con un obiettivo di medio lungo termine. Ora è auspicabile un cambio di passo. Ognuno dovrà fare la propria parte:
-gli asset manager nell'ideare e proporre fondi di investimento alternativi (FIA) che siano compliant alle necessità degli investitori e che abbiano un impatto positivo concreto: FIA di credito, private equity, private debt, real estate;
-il governo con interventi che mirino ad abbassare la soglia di investimento per i privati, il lancio di un PIR (specializzato in PMI) per investire direttamente o tramite FIA illiquidi e a medio-lungo termine;
-gli investitori istituzionali, che possono e devono ampliare in modo sensibile l'allocazione dei loro patrimoni gestiti, pari ad oltre 860 miliardi di euro (circa il 40% del nostro PIL), in investimenti diretti o indiretti (tramite la sottoscrizione di FIA) nell'economia reale.
La finanza oggi più che mai deve supportare l'economia reale con strumenti semplici ed efficaci, e in questo senso gli investitori istituzionali possono giocare una partita da protagonisti nella rinascita del Paese. Anche le Fondazioni bancarie, che negli anni hanno parzialmente subito un ridimensionamento della loro importanza economico-sociale, possono ricoprire (e riscoprire) quel ruolo di catalizzatori del tessuto socio-economico di riferimento, divenendo proattivi sostenitori di iniziative (dirette o tramite il loro investimento in FIA) volte a supportare il lavoro e le imprese, il cui benessere economico consentirà di generare ulteriore ricchezza condivisa.

Amministratore Delegato di Sagitta Sgr

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