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Wirecard, da sogno fintech europeo a incubo per milioni di utenti con le carte bloccate

Ad Aschheim, piccolo sobborgo a nord est di Monaco di Baviera, il palazzo di Wirecard è un edificio a tre piani con vetrate molto ampie. Il nome dell'azienda è in risalto, visibile dalla vicina ferrovia. È lì che il più grande sogno fintech tedesco si è trasformato in un crack incredibile. Là dentro doveva nascere la risposta europea alla Silicon Valley, è invece venuto a galla uno scandalo finanziario che sta imbarazzando il governo tedesco, la Bafin (l'equivalente italiano della Consob) e la Ernst&Young. All'appello mancano 1,9 miliardi di euro.

La società viene fondata nel 1999. L'obiettivo è quello di interrompere il dominio americano in fatto di pagamenti elettronici. Wirecard vorrebbe essere l’equivalente europeo di PayPal, e trova sostegno e capitali. Tre anni dopo, nel 2002, Markus Braun, ex consulente della KPMG, assume la carica di amministratore delegato e fonde Wirecard con la Electronic Business Systems. È il 2005, invece, quando la società entra a far parte del mercato azionario di Francoforte, rilevando la quotazione di un defunto gruppo di call center. È un percorso strano, che consente di evitare il controllo classico di un'offerta pubblica iniziale.

All'epoca ha 323 dipendenti, e la sua attività principale è la gestione dei pagamenti online per il gioco d'azzardo e i siti di pornografia. Sulle ali della Borsa, un anno dopo (nel 2006), Wirecard approda nel settore bancario con l'acquisto di XCOM. Nasce la Wirecard Bank AG, ed è subito autorizzata da Visa e Mastercard. Cosa vuol dire? Vuol dire che può emettere carte di credito e gestire denaro. Una banca germogliata da un ambizioso progetto fintech, insomma. Ma qualcosa inizia a scricchiolare. Già nel 2008, un'associazione di azionisti denuncia irregolarità nel bilancio. E Markus Braun decide di affidare la revisione ad EY, sostituendo la piccola azienda di commercialisti che aveva seguito Wirecard fino ad allora. Il sogno e l’espansione non si fermano. I progetti sono sempre più internazionali, la società inizia ad operare in inglese e colleziona – con gli anni – una serie di acquisizioni soprattutto in Asia, dove Singapore diventa quartier generale.

Ad agosto 2018 le azioni di Wirecard raggiungono il picco di 191 euro. La società ha un valore di mercato di oltre 24miliardi di dollari, conta più di 5mila dipendenti in tutto il mondo che elaborano i pagamenti per circa 250.000 clienti, emettono carte di credito e prepagate e forniscono la tecnologia per i pagamenti contactless con smartphone. Tra i clienti figurano i discount tedeschi Aldi e Lidl, e circa cento compagnie aeree. Wirecard è considerata la più grande fintech d'Europa. Nell'aprile 2019, la società annuncia un'iniezione di denaro da 900 milioni di euro da parte di SoftBank. Ma da allora inizia il declino, culminato con l'arresto del ceo e la dichiarazione di insolvenza di questi giorni.

Il crack di Wirecard si è abbattuto su milioni di clienti in tutto il mondo. Perché al di là dei clienti diretti, i servizi della società sono utilizzati da diverse piattaforme. In Italia abbiamo raccontato della disavventura degli oltre 300mila utenti di SisalPay, che si sono visti bloccare la carta di pagamento dalla sera alla mattina (ora si sta procedendo con lo sblocco dei fondi, grazie a una nuova carta emessa in partnership con Banca 5, ndr). Ma la situazione è simile in molti Paesi. Qualche esempio: in UK sono rimasti al palo gli utenti di Curve, Anna, Pockit e U Account, tutte piattaforme che si erano affidate ai sistemi di Wirecard per elaborare i pagamenti. In totale, solo nel Regno Unito, sono coinvolti circa 2 milioni di utenti. In Irlanda, An Post (l'equivalente delle Poste), ha dovuto bloccare circa 50mila carte prepagate. Solo in Europa sono una settantina le aziende fintech che si erano affidate a Wirecard. Sembrava un sogno europeo di innovazione e finanza. Già, sembrava.